Una danza che esprime se stessi

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Una piccola riflessione sulla storia

Il bailaor flamenco Enrique El Cojo

Il bailaor flamenco Enrique El Cojo

C’era una volta un bailaor, cresciuto a Siviglia da famiglia emigrata dall’Estremadura, titolare per oltre 50 anni di una delle più amate e stimate scuole di baile flamenco della storia.

Si chiamava Enrique Jiménez Mendoza, esaltava in sé e nei suoi allievi la crescita di uno stile personale, e mandava fortemente il messaggio di essere orgogliosi di sé, di credere nelle proprie potenzialità e di svilupparle. Il suo soprannome era Enrique el Cojo, lo zoppo. Perché Enrique zoppo lo era davvero: soffrì di una paralisi infantile che aveva seriamente compromesso la crescita del suo scheletro. Ne risultò una deformità fisica, una gamba più corta e uno sviluppo asimmetrico dell’ossatura. Ma questo non gli impedì di diventare un grande ballerino e maestro.

Enrique el Cojo diceva: “El baile sale de lo profundo de uno, y da lo mismo dónde se exprese, porque su expresión es válida siempre que uno lo deje brotar” (Il baile esce dalle profondità di una persona, e fa lo stesso in che modo si esprima, poiché la sua espressione è valida, sempre che il soggetto la lasci germogliare).

Il flamenco come esplorazione delle emozioni: tutte, tranne una (o forse due). Le lezioni del Mosaico Danza di Milano scritto da Silvia Volponi

Esprimere se stessi ballando flamenco

Esprimere se stessi ballando flamenco

Se da bambina mi avessero chiesto cosa volevo fare da grande, avrei sicuramente risposto “l’elettricista” prima che “la ballerina”. Da sempre interessata più alla scienza che all’espressione artistica, che ci faccio alla soglia del mezzo secolo a ballare flamenco appena posso e ripetere i passi ad ogni occasione? Lo confesso, pure in ascensore o sotto la scrivania, mentre cucino… Che ossessione!

Tutto è cominciato sei anni fa. Era un periodo molto difficile della mia vita, eventi personali mi avevano duramente colpita e destabilizzata. Un’amica mi ha proposto di ballare flamenco, in un luogo così particolare che… “Non si può spiegare, è da provare”. Sono andata al Mosaico ed è stata un’illuminazione. Tra un passo e l’altro, Sabina ci ha voluto rendere partecipi del suo modo di intendere il flamenco: “Il flamenco esplora tutte le emozioni dell’animo umano, anzi tutte tranne una: la depressione”. Ho sentito subito di essere a casa.

Ogni “palo” flamenco corrisponde ad una emozione umana. Si può provare forza, dolore, serenità, solitudine, gioia, serietà, esplorare le sfumature emozionali di tutte le situazioni in cui la vita ci conduce, viverle nella loro pienezza, belle o brutte che siano, ma mai e poi mai ci si arrende! Si sta sempre “toste”, con i muscoli del centro del corpo ben saldi, la testa pronta e l’anima pure, accettando con fermezza quel che arriva, disponibili ad affrontare le avversità come a goderci i momenti felici, sempre consapevoli che alla fine la vita è un gioco e quello che conta è il momento presente.

Questo è ballare flamenco: comunicare forza vitale. La postura nasce da un unico punto di forza fisica, posizionato nel primo chakra, quello della forza creativa e riproduttiva. Chi si pone con questo atteggiamento di fronte agli altri e agli eventi, non può che esprimere in un linguaggio diretto e universale come il baile, una profonda stabilità e vitalità, naturale e libera da ogni falsità o superficialità.

Ballare flamenco significa presenza: bisogna avere il coraggio di esserci e di mostrarsi per quello che si è e che si vuole. “E’ la timidezza la seconda delle emozioni che il flamenco non esprime”. O meglio: che il flamenco fa a pezzettini! Se voglio occupare questo spazio, occupo lo spazio e basta, allargo le braccia, mi prendo l’aria, la stanza, il teatro, l’universo, me lo godo e lo rimando fuori fino ai confini del mondo, senza paura, senza giudicarmi e giudicare. Non faccio movimenti ampi per esprimere una bella forma: lo faccio per godermi la musica e il canto, per prendere e dare energia.

Tutto questo al Mosaico lo si fa “insieme”. Ciascuno con la sua personalità e la sua storia, veniamo da luoghi e culture diverse, da generazioni diverse, ma siamo insieme nella voglia di vivere, adesso, pienamente e consapevolmente. Quando parte il quejío portiamo il centro del mondo dentro di noi, viaggiamo sulle note del cante e sul ritmo del compás, ne diventiamo parte, ci giochiamo il tutto per tutto. E dopo il baile, portiamo a casa con noi l’energia, l’armonia, la gioia di vivere, il divertimento, il senso della nostra presenza qui e ora.

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